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Minore in territorio italiano e genitore straniero fuori, perché assente o allontanato. Cosa succede?

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L’art. 31 comma 3°, del TU immigrazione così recita : “  Il Tribunale per i minorenni, per gravi motivi connessi con lo sviluppo psicofisico e tenuto conto dell’età e delle condizioni di salute del minore che si trova nel territorio italiano, può autorizzare l’ingresso o la permanenza del familiare, per un periodo di tempo determinato, anche in deroga alle altre disposizioni del presente testo unico”. 

Si tratta dell’ipotesi di minore che si trova nel territorio italiano senza il genitore straniero( perché assente o allontanato). Ci si chiede , in primis, quali siano i gravi motivi che giustifichino l’entrata e la permanenza del genitore nel territorio italiano.

Per un primo orientamento restrittivo della giurisprudenza,  ai gravi motivi corrispondono solo situazioni eccezionali, che non  possono  ravvisarsi nelle ordinarie e classiche necessità di accompagnare il processo educativo e di integrazione del minore, anche nel contesto scolastico, trattandosi di situazioni incompatibili con il carattere della temporaneità e della eccezionalità .

In pratica, stante la deroga alle disposizioni del TU immigrazione, questo filone interpretativo non ritiene sufficiente quelle che possono essere le esigenze educative del minore, sicuramente meglio realizzate con la presenza del genitore.

Per altra tesi (a mio parere più  conforme a costituzione) i gravi motivi non possono essere ricondotti solo a situazioni eccezionali o di emergenza, ma devono tener conto  dello sviluppo psico-fisico del bambino che, vista la tenera età, è  sicuramente danneggiato dalla semplice assenza del genitore, in sé ( a me pare ovvio che un minore cresca più integro con la presenza del genitore, piuttosto che con l’assenza o l’allontanamento dello stesso).

Questa tesi è stata, più o meno,  abbracciata dalla recente giurisprudenza della Cassazione, la quale ha tuttavia  precisato  che i gravi motivi alla base dell’entrata e della permanenza del genitore straniero nel territorio italiano “devono trascendere il normale e comprensibile disagio del rimpatrio suo o del suo familiare”. ( Cass.,  Sentenza n. 2647 del 2011 ). Dunque, se è vero che  le esigenze di ricongiungimento del minore con il genitore non possono solo essere eccezionali, è altrettanto vero che la necessità di garantire la sicurezza e la legalità impongono un quid pluris rispetto al semplice disagio  del minore che vive senza genitori.

Questa soluzione per cosi’ dire intermedia ( ma non troppo)  è stata confermata dalla Cassazione nel 2013.

Diritti fondamentali e stranieri: risarcimento dei danni da circolazione stradale ( Cassazione del 2011).

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Possono gli stranieri irregolari essere titolari di diritti fondamentali?  Oppure  è necessario avere il permesso di soggiorno o la carta di soggiorno per vedersi riconosciuti i diritti dell’uomo?

Prima di rispondere al quesito, giova effettuare alcune considerazioni normative.

L’art. 16 delle preleggi sul trattamento dello straniero, così recita: ” Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino a condizione di reciprocità e salve le disposizioni contenute in leggi speciali. Questa disposizione vale anche per le persone giuridiche straniere”.

Chiaramente la disposizione si applica a chi non è regolare e codifica la c.d.” condizione di reciprocità”, la quale esprime la necessità che la tutela dei diritti dello straniero sia subordinata al riconoscimento degli stessi diritti  agli Italiani in quel medesimo Stato.

Questa norma è per alcuni un residuo del regime fascista,  che rivela disprezzo verso la differente comunità di appartenenza dello straniero ( una sorta di ritorsione). Secondo altra corrente di pensiero, esprime, di converso, una finalità premiale (” poiché tratti bene gli italiani da te, io tratto bene i tuoi cittadini da me”).

Innanzitutto ci si chiede se  esista ancora  la condizione di reciprocità, visto che le leggi successive sono ispirate al principio di solidarietà ( e non poteva essere diversamente, con l’entrata in vigore medio tempore della Costituzione).

In effetti all’art. 2, comma 1°, del TU sull’immigrazione è stabilito : “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”.

Appare chiaro, dunque, che la condizione di reciprocità che limita i diritti civili dello straniero, non si applica ai diritti fondamentali,  che appartengono all’uomo in quanto tale , e quindi anche allo straniero, pur se irregolare, perché sprovvisto di permesso di soggiorno o di carta di soggiorno.

La conclusione è stata confermata dalla Suprema Corte, con una sentenza del 2011 (CASS. CIV., SEZ. III, 11 GENNAIO 2011, N. 450)

La questione riguardava uno straniero irregolare vittima di un incidente stradale, il quale aveva azionato un giudizio di risarcimento per i danni alla persona subiti.

La giurisprudenza  prevalente dei Tribunali e delle Corti di Appello precedente alla sentenza in commento, escludeva la risarcibilità , in quanto andava assicurata la condizione di reciprocità , anche in presenza della lesione di un diritto della persona. In pratica pur riconoscendosi i diritti fondamentali della persona allo straniero irregolare, per poterli esercitare era necessario superare l’ostacolo di cui all’art. 16 delle preleggi.

La Cassazione del 2011, invece,  afferma che se ad essere leso è un diritto fondamentale ( come la vita, la salute, e tutti i diritti ex art. 2 della Costituzione) , “esso può essere fatto valere con l’azione risarcitoria, indipendentemente dalla condizione di reciprocità di cui all’art. 16 delle preleggi, senza alcuna disparità di trattamento rispetto al cittadino italiano, e quindi non solo contro il danneggiante (o contro il soggetto tenuto al risarcimento per fatto altrui), ma anche con l’azione diretta nei confronti dell’assicuratore o del Fondo di Garanzia per le vittime della strada”.

Si tratta in fin dei conti, di una “interpretazione costituzionalmente orientata” dell’art. 16 delle preleggi alla luce dell’art. 2 Cost., che, quale norma sui diritti fondamentali, trova diretta applicabilità e operatività anche nei rapporti tra privati. Il che impone che la condizione di reciprocità non solo non si applichi agli stranieri regolari , ma anche agli irregolari ove vengano in gioco diritti fondamentali della persona, i quali avranno piena tutela.

 

 

Violazione del diritto d’autore e responsabilità dell’ hosting provider. Equilibrio tra diritti fondamentali. (Cassazione del 2019)

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Recentissimamente la Corte di Cassazione si è occupata ed ha ricostruito il regime di responsabilità dell’ hosting provider, quando i contenuti caricati dagli utenti violano il diritto di autore e, dunque, il diritto di proprietà intellettuale di un terzo.

Occorre distinguere tra due tipologie di Hosting provider: quelli attivi e quelli passivi.

Gli hosting provider attivi, sono i gestori che non si limitano semplicemente ad ospitare e rendere fruibili agli utenti del web dei dati e dei contenuti, ad esempio dei video, permettendo anche di scrivere commenti,  ma svolgono attività di filtro, selezione, indicizzazione, organizzazione, catalogazione, valutazione, promozione dei contenuti, con gestione imprenditoriale del servizio.

Un esempio di hosting provider attivo è dato dal gestore del mercato online, in quanto presta assistenza per promuovere offerte di vendita ( Corte di Giustizia UE – Googlec. Luis Vuitton, 2010).

In questa eventualità, il provider attivo non ha solo l’obbligo di rimuovere i contenuti illeciti perché in violazione della proprietà intellettuale del terzo ( responsabilità ex post) ma anche il dovere di controllare preventivamente che essi non siano illeciti.

E’ una responsabilità che si può pretendere, visto il ruolo attivo, che gli consente di venire a conoscenza dei video o altro in violazione del diritto di autore o dei diritti della persona ( riservatezza, etc).

Se l’illecito si realizza, la responsabilità del l’ hosting provider attivo  è per fatto proprio e da condotta attiva.

Diversamente l‘hosting provider passivo, si limita ad ospitare i contenuti ( video o altro) senza manipolarli, essendo un mero intermediario. Ragion per cui su tale gestore  non può gravare una responsabilità ex ante, di controllo preventivo sui contenuti. Sarà responsabile ex post se, una volta a conoscenza ( effettiva) della violazione del diritto di autore, non rimuove i contenuti. E come fa a venire a conoscenza dei contenuti lesivi visto che non svolge un ruolo attivo sugli stessi? Mediante una comunicazione formale e scritta ( ad probationem) da parte del terzo leso ( a quanto pare non serve una vera e propria diffida, magari desumibile dalla stessa notifica della citazione in giudizio dell’ hosting ) che genera un presunzione semplice di avvenuta conoscenza del fatto illecito da parte dell’hosting provider.

In pratica non c’ è un obbligo di sorveglianza generale e costante, onde il prestatore passivo non è responsabile per aver omesso di vigilare in modo preventivo e continuativo sui contenuti immessi dagli utenti del servizio. Però risponde dei danni cagionati se non si è attivato per la rimozione una volta a conoscenza dell’ illecito, vuoi dal titolare del diritto leso, vuoi aliunde .

Tale regime di responsabilità privilegiato degli hosting provider passivi( meri intermediari ospitanti contenuti caricati dagli utenti)  realizza un punto di equilibrio tra diritti fondamentali. Se è vero che la tutela del diritto di autore e dei diritti personalissimi ( onore, reputazione, etc) sarebbe massima in presenza di responsabilità non solo successiva ma anche preventiva, con controllo generalizzato sui contenuti, video o altro,  è altrettanto vero che una siffatta responsabilità lederebbe e/o comprimerebbe e/o sterilizzerebbe la libertà di manifestazione del pensiero e la libertà della rete, quale libero spazio di comunicazione e informazione. ( Cass. I sezione, sentenza  n.  7708 del  2019 )

 

 

Viaggio tra i diritti fondamentali che ci rendono liberi. Una tutela sovranazionale e nazionale completa, ma poco percepita. Ignoranza, paura o scelta consapevole?

 

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Tutti quanti abbiamo un angelo, cantava qualcuno… E tutti quanti abbiamo dei diritti personali inviolabili, talmente forti che, come gli angeli, a volte non li percepiamo e li dimentichiamo, soprattutto nella vita di tutti i giorni. Cosa sono i diritti fondamentali? Hanno un’adeguata tutela sia nazionale che internazionale? L’obiettivo è di fornire una panoramica, seppur non esaustiva, su come tali situazioni giuridiche siano riconosciute a livello europeo, sovranazionale e interno (con gli apporti decisivi offerti dalla giurisprudenza) e su quali siano gli strumenti per garantirne il rispetto, per sanzionare gli abusi e per risarcire la lesione. Occorre capire come dialogano tali diritti tra loro, se è possibile sacrificare un diritto fondamentale per tutelarne un altro o, diversamente, sono intoccabili, imponderabili e indegradabili. Il tutto per stimolare una riflessione: perché non li apprezziamo e non li difendiamo? Ignoranza, paura o scelta consapevole.
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Infortuni sul lavoro. Indennizzo INAIL e risarcimento del datore di lavoro.

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Quando si subisce un infortunio sul lavoro, il danneggiato ha diritto al risarcimento del danno patrimoniale  e del danno non patrimoniale.

In tal ambito, l’INAIL eroga un indennizzo al lavoratore infortunato ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n. 38 del 2000 . Tuttavia l’indennizzo non esclude il risarcimento del  datore di lavoro, se è accertata la sua responsabilità. Come coordinare queste due forme di tutela indennitaria e risarcitoria?

Ora, nel nostro sistema sono pacificamente vietate le c.d duplicazioni risarcitorie del danno( SS.UU. San Martino)  Anche il danno non patrimoniale, infatti, va provato e liquidato nel suo preciso ammontare, eventualmente ricorrendo a presunzioni ed equità. Il principio è lo stesso del danno patrimoniale e si basa sulla c.d “teoria differenziale”, in virtù della quale si immagina la situazione virtuale in assenza del danno, quella con il danno e si risarcisce la differenza, né più, né meno.

Appare chiaro, dunque, che l’indennizzo INAIL andrà sottratto dall’ammontare del danno a cui è tenuto il datore di lavoro, proprio per evitare duplicazioni risarcitorie. Ma in che modo?  Effettuando una una sottrazione sic et simpliciter, oppure sottraendo solo le poste omogenee?

Ebbene la Cassazione opta per la seconda soluzione, che poi è coerente con la determinazione effettiva del danno. Poiché l’indennizzo INAIL non copre  il danno patrimoniale da perdita di capacità lavorativa specifica ( almeno per le menomazioni inferiori al 16%) e  neanche il danno biologico temporaneo da inabilità temporanea, queste poste non possono essere scomputate dal risarcimento a cui è tenuto il datore di lavoro. Evidentemente un conto è evitare duplicazioni risarcitorie, altro è erogare meno di quanto effettivamente il danneggiato ha subito.

A parere mio non si tratta di una pronuncia che raggiunge  un punto di equilibrio tra effettività della tutela risarcitoria e divieto di duplicazioni risarcitorie, poiché i due concetti in realtà coincidono. Effettività vuol dire compensare i pregiudizi realmente subiti ( niente di più e niente di meno)

 Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza 08/04/2019 n° 9744

 

Protezione internazionale e contraddittorio.

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Può un procedimento importante come come quello inerente alla protezione internazionale, essere deciso con rito camerale, con udienza solo eventuale? Si viola il diritto di difesa?

Ci si riferisce al caso in cui si ricorra al Tribunale( sezioni specializzate in materia di protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea)  avverso la decisione di rigetto della Commissione territoriale  adita dall’interessato per il riconoscimento della protezione internazionale.

Ebbene si, poiché con la riforma del 2017 si è sostituito il rito sommario di cognizione previsto nel 2011 con il rito camerale.

Sia la Corte Costituzionale che la Corte di Cassazione hanno ritenuto che il rito camerale per provvedimenti decisori non frustra il diritto di difesa, anche qualora ci sia di mezzo la protezione internazionale, sia perché il contraddittorio è comunque garantito dal deposito delle difese scritte, sia perché la ” soppressione” dell’udienza avviene solo in casi dove essa sarebbe veramente inutile.

In effetti la riforma poc’anzi citata prevede sì il rito camerale, ma a condizione che il procedimento davanti alla Commissione sia avvenuto con videoregistrazione ( che verrà acquisita). In assenza di videoregistrazione,  l’ udienza di comparizione delle parti va assolutamente svolta, non essendoci nessun potere discrezionale del giudice. Se non viene fissata l’ udienza e il contraddittorio in tale eventualità,  il decreto del Tribunale che statuisce sulla decisione della Commissione Territoriale è nullo  ( Cass., sentenza n. 17717 del 2018 e Cass., ordinanza n. 10417 del 2019). Salvo il caso in cui sia lo stesso richiedente a non volersi avvalere del supporto di videoregistrazione .

D’altronde la ratio è quella di prevedere il rito camerale davanti al Tribunale,  proprio sul presupposto della videoregistrazione in Commissione,  che rende superflua l’udienza di comparizione. In mancanza della videoregistrazione a monte, riemerge la necessità di garantire la piena difesa a valle.

Durata irragionevole del processo ed eredi.

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Tutti noi abbiamo diritto a un giusto processo e a un equo processo.

Si tratta di un principio sia costituzionale ( art. 111 Cost.) che sovranazionale ( art. 6 CEDU).

Sicuramente un processo non è giusto ed equo se dura chissà quanti anni, come purtroppo sovente accade.

Non è giusto sia sotto il profilo soggettivo, cioè del danno arrecato alla persona che subisce tale lungaggine processuale, sia sotto il profilo oggettivo, visto che, in tal maniera, si sprecano più risorse giudiziarie, già abbastanza scarse.

Qual è il rimedio? La Legge Pinto, modificata dalla legge di stabilità per il 2016.

L’art. 1 della legge Pinto così recita: ” Chi, pur avendo esperito i rimedi preventivi di cui all’art. 1 ter, ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale a causa dell’irragionevole durata del processo, ha diritto ad un’equa riparazione”.

I rimedi preventivi  sono rimedi a carattere processuale, finalizzati ad evitare che la lunghezza del processo diventi irragionevole ( ad esempio chiedere che si proceda con rito sommario di cognizione). Essi, se è possibile, vanno esperiti, pena l’inammissibilità della domanda.

Il processo è irragionevole se eccede i tre anni in primo grado, due in secondo grado e un anno in terzo grado.

Nel processo civile il termine di irragionevole durata inizia a decorrere dalla notificazione dell’atto di citazione o dal deposito del ricorso.

Gli eredi possono ottenere l’indennizzo che spetterebbe alla parte processuale defunta agendo iure proprio?

La Cassazione afferma che ” l’erede della parte deceduta nel corso del giudizio presupposto ha diritto all’indennizzo iure proprio solo dopo la notifica, nei propri confronti, dell’atto di riassunzione o la costituzione volontaria in giudizio, in quanto, prima di tale momento, potrebbe essere del tutto all’oscuro della stessa esistenza del processo oppure, in ipotesi, avere rinunziato all’eredità ovvero, ancora, trovarsi nella posizione di mero chiamato, mentre, a seguito della riassunzione o della costituzione, l’erede viene formalmente coinvolto nel giudizio e ne subisce tutte le conseguenze, anche in termini di patema d’animo per la sua durata, non ostando alla liquidazione dell’indennizzo, analogamente a quanto avviene per il contumace, l’eventuale scelta di non costituirsi” Cass.  n. 183 del  2017.

In pratica occorre che il giudizio prosegua  formalmente nei confronti dell’erede, in modo che egli subisca personalmente le conseguenze dannose della durata irragionevole

 

 

Diffamazione e risarcimento dei danni

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La diffamazione è un delitto contro la persona previsto all’art. 595 c.p., offensivo dell’altrui reputazione e punito con la reclusione fino a un anno ( due anni se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato).

Il primo presupposto è l’assenza dell’offeso, che differenzia la diffamazione dall’ingiuria e rende la condotta più grave, perché più subdola, vista l’impossibilità che la persona offesa percepisca direttamente la lesione alla reputazione.

Il secondo requisito è l’offesa alla reputazione, da intendersi non necessariamente come effettiva lesione, ma anche come messa in pericolo dell’onore attraverso atti e parole( reato di pericolo).

Il terzo elemento è la presenza di almeno due persone ( esclusi chiaramente l’autore e l’offeso), che abbiano percepito l’offesa e compreso il significato della stessa. La comunicazione tra più soggetti può avvenire anche a catena( es. offesa comunicata ad una persona che poi la comunica ad altre, purché sotto incarico implicito o esplicito della prima).

Al di là dell’aspetto penalistico, come ogni reato la diffamazione può generare delle conseguenze dannose risarcibili, soprattutto non patrimoniali.

Siamo infatti di fronte a un comportamento non iure, che genera un danno ingiusto ( lesione del diritto all’onore, desumibile dall’art. 2 della Costituzione). Si realizzano, dunque, tutti i presupposti per ottenere il ristoro dei danni da responsabilità aquiliana(  ex artt. 2043 e 2059 c.c.).

Il danno non patrimoniale può essere anche rilevante, potendo comprendere non solo il danno esistenziale( alterazioni alle abitudini di vita) e il danno morale soggettivo ( sofferenza transeunte)  ma  anche il danno biologico, se si dimostra che l’offesa ha provocato conseguenze dannose alla salute, anche psichica, della vittima.

Facendo un esempio, una ragazza che, offesa nel suo onore per essere stata qualificata di ” facili costumi”  , oltre a soffrire l’atto offensivo ( danno morale soggettivo), non esce più di casa per paura delle male lingue( danno esistenziale) ed è costretta ad assumere psicofarmaci prescritti per sopportare tale ansia ( danno biologico).

E’ solo un esempio per chiarire quali siano le conseguenze dannose potenzialmente risarcibili (rigorosamente da provare, anche ricorrendo a presunzioni).

Cosa fare in presenza di diffamazione? Si potrebbe querelare l’autore del reato e portarlo davanti al giudice penale e ,contemporaneamente, instaurare una causa civile autonoma. Oppure si potrebbe lasciar perdere la causa civile per i danni e risolvere tutto in sede penale, costituendosi parte civile, etc.  Ogni soluzione ha dei pro e dei contro.

 

 

 

 

Incidenti sul lavoro e responsabilità penale. Chi è il datore di lavoro responsabile?

Morti-sul-lavoroQuando il legislatore codifica un reato, può decidere di punire anche la condotta omissiva in sé, a prescindere dall’evento ( reati di pura omissione). Se ciò non avviene, affinché ci sia responsabilità per omissione, occorre la sussistenza di un obbligo giuridico di garanzia, così come previsto dall’art. 40 capoverso del Codice penale( ” non impedire un evento equivale a cagionarlo”).

Quando può dirsi sussistente l’obbligo giuridico di garanzia?

La teoria prevalente adotta un criterio sia formale che sostanziale/funzionale. E’ necessario, in primis, che una legge, o il contratto lo preveda e, in secondo luogo, che il soggetto gravato sia titolare anche di effettivi poteri per poterlo ottemperare. D’altronde come può essere responsabile per omissione una persona che non ha gli strumenti per adottare il comportamento alternativo lecito finalizzato ad evitare l’evento di reato? Sarebbe una responsabilità di posizione, non effettiva.

Anche in materia di infortuni sul lavoro, occorre individuare il datore di lavoro titolare dell’obbligo di garantire la sicurezza e salute dei lavoratori, cioè il soggetto responsabile in caso di infortuni.
Basterebbero i principi generali  poc’anzi citati per comprendere la necessità di una nozione sostanziale di datore di lavoro, non appiattita sulla mera titolarità del rapporto contrattuale, ma finalizzata a scovare chi effettivamente è in grado di evitare gli infortuni del lavoratore.

Tuttavia anche la normativa sovranazionale e nazionale in materia di sicurezza e salute dei lavoratori  conferma la nozione funzionale di datore di lavoro.

Nel dettaglio la direttiva 89/391/CEE  individua il datore di lavoro nel soggetto titolare del rapporto di lavoro, avente la responsabilità dell’impresa e/ o dello stabilimento. 

Sempre nell’ottica di una definizione funzionale, tesa ad evidenziare gli effettivi poteri,  il D.Lgs. 81/2008  definisce il datore di lavoro (privato) quale: “soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa”.

Ecco spiegata la ragione per cui la Suprema Corte, con una  recente pronuncia, ha affermato la responsabilità omissiva del legale rappresentante di un’ impresa cooperativa per il reato di lesioni personali colpose per violazione delle norme di sicurezza sul lavoro, considerandolo ” funzionalmente” datore di lavoro(Cass., pen., n. 14268 del 2018).

Ancora, con una sentenza più risalente, è stata confermata la responsabilità del coordinatore dell’esecuzione dei lavori  per la morte di un marmista in cantiere scivolato durante il trasporto di una lastra di marmo, perché rientrante nella sua posizione di garanzia, pur non essendo egli formalmente il datore di lavoro(Cass.,Pen., n. 38002 del 2008).

 

 

 

Protezione umanitaria: il Decreto Salvini si applica alle richieste di soggiorno in corso? ( Cassazione, 19 febbraio 2019)

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Con il Decreto Salvini ( d. l n. 113 del 2018, convertito in legge n. 132 del 2018)  sono stati modificati sostanzialmente i presupposti per ottenere la c.d protezione umanitaria ( forma di protezione residuale dello straniero, che opera quando non è possibile l’asilo o la protezione sussidiaria).

Anzi, più correttamente, è la stessa protezione umanitaria ad essere stata modificata, in quanto divenuta speciale e tipizzata, cioè limitata ad alcune ipotesi: permesso per cure mediche, per calamità naturali, per atti di particolare valore civile, per motivi di protezione sociale, per vittime di violenza domestica e sfruttamento del lavoro.

Ci si interroga sulla disciplina applicabile ai casi di permessi già attenuti prima del Decreto Salvini e ai casi di richiesta di protezione umanitaria in itinere, cioè pendenti.

In relazione alla prima eventualità, nessun dubbio che la nuova normativa non tocchi i permessi già ottenuti in base alle leggi precedenti. Chiaramente, una volta scaduto il titolo di soggiorno , per rinnovarlo bisognerà rientrare in una delle ipotesi di protezione speciale poc’anzi citate ( art. 8 del Decreto Salvini).

Per ciò che concerne le richieste pendenti, tutto si gioca sulla possibilità , o meno, di applicare il Decreto Salvini retroattivamente. In base all’art. 11 delle preleggi, la legge non può che disporre per il futuro. Tuttavia, a differenza della irretroattività della norma penale sfavorevole,  tale principio non è costituzionale  e può essere derogato dal legislatore attraverso la previsione di un regime intertemporale ( che preveda la retroattività ai casi in corso).

Nondimeno la previsione dell’applicazione di una legge a casi precedenti l’entrata in vigore della stessa, deve essere ragionevole, non deve ledere l’affidamento che il soggetto aveva sul quadro legislativo precedente e non deve contrastare con interessi costituzionalmente protetti.

La Corte di Cassazione, con questa recentissima pronuncia, ha escluso la retroattività del decreto Salvini, con la conseguenza che i presupposti per le richieste di protezione umanitaria  in corso  saranno quelli previsti dalle disposizioni di legge antecedenti al Decreto, sicuramente meno rigidi.

Giova rilevare, però, che una volta ottenuto il titolo di soggiorno umanitario per via giudiziaria ( Tribunale) o per via amministrativa(  provvedimento della Commissione territoriale), è necessario attuarlo. E l’attuazione sarà necessariamente regolata dal Decreto Salvini ( anche se il titolo è stato concesso sulla base della legge anteriore). Ne deriva  che il permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura conterrà la dicitura ” casi speciali” e sarà soggetto alla durata di due anni ( art. 1, comma 9, del Decreto Salvini).