Blog

Persona investita da conducente mentre attraversa. La Cassazione conferma il 60% di colpa del pedone.

foto strisce pedonali

La responsabilità del conducente di un veicolo  per l’investimento di un pedone , è regolata dall’art. 2054, comma 1 , del Codice civile, che cosi’ recita : ” Il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno 

Si tratta di  responsabilità extracontrattuale, che si ha quando tra i soggetti non vi è alcun rapporto contrattuale, né un contatto sociale che giustifichi un legame contrattuale ( si tratta di soggetti estranei).

Ai sensi dell’art. 2043 c.c.( norma generale sulla responsabilità extracontrattuale), il criterio di imputazione è quello della colpa, che deve essere provata dal danneggiato che domanda il risarcimento, unitamente al danno.

Tuttavia nulla impedisce al legislatore, in alcuni casi, di prevedere diversi criteri di imputazione, come  presunzioni di colpa dell’autore dell’illecito o, addirittura, la responsabilità oggettiva dello stesso, a prescindere dalla colpa.

Nel caso della responsabilità del conducente, la legge ha optato per la presunzione di colpa.

Ciò non toglie che possa configurarsi anche un concorso di colpa del pedone, visto che l’art. 1227., primo comma, codice civile,  permette la riduzione della quota di responsabilità del conducente qualora vi sia fatto colposo del danneggiato che ha concorso a cagionare il danno.

Fino a che punto può spingersi tale concorso di colpa?

In una recentissima pronuncia la Corte di Cassazione, confermando la sentenza resa in appello, ha attribuito al pedone investito la responsabilità in misura del 60%!

Nel dettaglio, quando il giudice deve accertare la responsabilità del conducente adotta il seguente iter logico:

In primis presuppone la colpa del conducente al 100% ( ex art. 2054 c.c.).

In secondo luogo, man mano che si scoprono circostanze da cui emerge la colpa concreta del pedone, si riduce la percentuale di colpa del conducente.

Ai sensi dell’art. 190, n.5 del Codice della Strada, il pedone che attraversa la carreggiata fuori dalle strisce pedonali deve dare la precedenza ai veicoli. L’omissione di tale condotta è costantemente considerata dalla giurisprudenza come fattore di concorso di colpa.

Nel  caso sottoposto all’attenzione dei giudici,  una signora è stata investita dopo aver attraversato in pieno centro cittadino ed in zona con segnaletica orizzontale e verticale segnalante “pericolo”, appena 100 m dalle strisce pedonali. 

La Cassazione ha confermato il concorso di colpa e la percentuale di colpa del pedone del 60 %, avendo la Corte di Appello correttamente motivato la decisione, senza omettere l’esame di fatti decisivi per il giudizio ( art. 360, co, 5). A parere della Suprema Corte, il giudice  non ha fatto altro che procedere al riparto delle rispettive percentuali di colpa, aderendo sostanzialmente alle conclusioni peritali delle indagini tecniche svolte, spiegando un corretto impianto logico e argomentativo .

I  fatti omessi e vizianti la motivazione erano, secondo i ricorrenti,  i doveri di condotta stradale del conducente che, ove ottemperati, avrebbero, sempre secondo gli stessi, evitato l’investimento . Tale omessa valutazione da parte della Corte di merito avrebbe causato la  prevalente responsabilità del pedone.

(Cassazione Civile,  ordinanza n. 2241 del 28 gennaio 2019)

 

Direttiva “habitat” e Direttiva “Uccelli”. Alla Corte Europea la compatibilità ambientale della Trasversale Orte-Civitavecchia.

valutazione-impatto-ambientale

Il c.d. Tracciato verde (  Trasversale Orte- Civitavecchia) è stato sottoposto a valutazione di impatto ambientale da parte della Commissione Via Vas del Ministero dell’Ambiente, nel corso della procedura di approvazione del progetto preliminare.

La Commissione ha dato parere negativo, affermando l’impossibilità di adottare prescrizioni di mitigazione dell’ impatto ambientale( sulla Valle del Mignone)  al momento dell’approvazione definitiva, optando, dunque, per il già esistente tracciato viola,  in linea con le norme ambientali ( il quale affianca l’Aurelia Bis e attraversa l’area Unesco della Necropoli di  Tarquinia).

Ai sensi dell’art. 183, comma 6, del Codice appalti, a seguito del dissenso del Ministero dell’ambiante la decisione va presa dal Consiglio dei Ministri.

Il Consiglio dei Ministri, sul presupposto dell’interesse pubblico all’opera ( minori costi e completamento della rete transeuropea TEN-I definita “Comprehensive”, come da Regolamento (UE) n. 1315/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’11 dicembre 2013) ha adottato il provvedimento di compatibilità ambientale, demandando al momento dell’approvazione definitiva uno studio più approfondito ed, eventualmente, l’adozione di misure di mitigazione dell’ incidenza sull’ambiente( dando la competenza alla Regione Lazio, in luogo della Commissione Via Vas)

Ricorrono al  T.A.R. Lazio WWF Italia o.n.l.u.s., Lega Italiana Protezione Uccelli o.n.l.u.s., Gruppo di Intervento Giuridico o.n.l.u.s., Italia Nostra o.n.l.u.s., Forum Ambientalista,  chiedendo l’annullamento del provvedimento di compatibilità ambientale emanato dal Governo e dei provvedimenti presupposti connessi  e conseguenti.

In  primis,  per incompatibilità con l’art. 6, co 4 della  Direttiva 92/43/CEE (Habitat) .

La norma legittima il governo, per ragioni imperative di interesse pubblico, a operare anche in presenza di forte impatto ambientale( nel caso di specie a essere incisa è la valle del Mignone),  ma alla duplice condizione che non ci siano alternative e che si adottino misure e prescrizioni volte a mitigare tale impatto. Condizioni ritenute dai ricorrenti inesistenti, visto che la Commissione ministeriale affermò l’ impossibilità di adottare successivamente tali misure e la sussistenza di un’alternativa( il tracciato viola).

In secondo luogo, per incompatibilità con la Direttiva 2009/147/CE ( Uccelli), concernente la conservazione degli uccelli selvatici, in virtù della presenza “in loco” di una colonia di “falco Grillaio”, per il quale solo previste misure speciali di conservazione ex Allegato 1 a tale Direttiva.

Il T.A.R., dopo aver sottolineato l’indispensabilità della valutazione di impatto ambientale( frutto di discrezionalità tecnica, sindacabile solo per motivazione illogica, inadeguata o per inappropriata rappresentazione delle circostanze di fatto) e la sussistenza di un progetto precedente( tracciato viola) già approvato sotto il profilo ambientale e i cui costi potevano essere ridotti con la suddivisione in due tratte, dubita della conformità del procedimento intrapreso e dei provvedimenti adottati con il Diritto UE( compreso il cambio del soggetto normalmente competente alla valutazione ambientale, cioè la Commissione ministeriale, con la Regione Lazio).

Per questi motivi,  il T.A.R. solleva questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia e sospende il giudizio in attesa che la Corte di Lussemburgo decida della compatibilità, o meno, con il diritto europeo del tracciato verde Orte-Civitavecchia ( T.A.R. Lazio, ordinanza n. 908 del 24 gennaio 2019).

 

 

Accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico ( Cass.Pen., sent. n. 2905 del 22 gennaio 2019)

accesso

Recentissima sentenza della Suprema Corte penale in materia di accesso abusivo ad un sistema  informatico o telematico.

L’art. 615 ter del codice penale punisce chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, ovvero si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo.

La ratio della norma incriminatrice è di tutelare il domicilio informatico( quale spazio fisico contenente i dati informatici personali e spazio ideale di pertinenza della sfera privata e individuale).  Per una parte della dottrina la disposizione tutelerebbe anche l’indisturbata fruizione del sistema da parte del gestore.

Le condotte incriminate sono due: l’accesso non autorizzato( reato istantaneo) e il mantenimento contro la volontà del gestore ( reato permanente).

Il caso riguardava un soggetto che, animato dal movente della gelosia,  ha sfruttato le credenziali facebook fornite dalla moglie per intercettare una chat privata compromettente con un altro uomo, al fine di  produrla nel giudizio di separazione.

La Corte di Appello di Palermo  ha confermato la condanna all’uomo, inflitta in primo grado  dal Tribunale, per accesso abusivo ad un sistema  informatico o telematico, ex art. 615 ter c.p.

La difesa è ricorsa in Cassazione sul presupposto che, avendo la moglie in precedenza fornito le credenziali di accesso a facebook al marito,  verrebbe meno l’abusività dell’accesso richiesta dall’art. 615 ter.

Tuttavia la Cassazione non condivide  tale ricostruzione, in quanto la circostanza che il ricorrente fosse a conoscenza delle chiavi di accesso della moglie al sistema informatico, quand’anche fosse stata quest’ultima a renderle note e a fornire, così, in passato, un’implicita autorizzazione all’accesso,  non escluderebbe comunque il carattere abusivo degli accessi.

L’accesso, finalizzato a captare una chat privata, è senza dubbio esorbitante rispetto all’autorizzazione precedente, che la moglie sicuramente non avrebbe dato ove a conoscenza di tale scopo.

Dunque l’uomo ha agito contro la volontà attuale  della donna, ragion per cui la fattispecie delittuosa è integrata,  con conseguente  ricorso inammissibile e conferma della condanna inflitta nei gradi precedenti di giudizio.

Alla Corte di giustizia la compatibilità con il diritto UE dei limiti italiani all’affidamento diretto In house.

società_in_house

Ancora una volta si rimette in discussione la compatibilità con il diritto comunitario della doppia condizione che l’ordinamento italiano richiede affinché una commessa pubblica possa essere affidata senza gara, ricorrendo a società in house.

Innanzitutto l’ in house è un modello gestionale che permette a un’amministrazione di affidare direttamente la commessa pubblica a una società su cui esercita un controllo talmente forte, da essere analogo a quello che ha su un proprio organo, tanto che tale società va  considerata come un prolungamento organizzativo dell’ ente( ecco giustificato l’affidamento senza gara).

Nel dettaglio, l’art. 192, comma 2,  del Codice dei contratti pubblici codifica due rilevanti oneri motivazionali in capo all’amministrazione aggiudicatrice, che vuole procedere ad affidamento in house.

In primis, occorre dimostrare il il motivo dell’esclusione del ricorso al mercato e alla conseguente gara tra operatori economici,  rilevante a causa di prevedibili mancanze in ordine a “gli obiettivi di universalità e socialità, di efficienza, di economicità e di qualità del servizio, nonché di ottimale impiego delle risorse pubbliche” (  il c.d” fallimento del mercato”).

In secondo luogo l’amministrazione deve motivare il beneficio alla collettività che consegue all’affidamento diretto, rispetto all’esternalizzazione con gara.

Si tratta di motivazione aggravata che non è richiesta per altre forme di affidamento, che dimostra il tendenziale atteggiamento sfavorevole dell’ordinamento nazionale verso il fenomeno in house, da considerare come eccezionale, subordinato e derogatorio rispetto all’affidamento con gara.

Sentimento di sfavore che sussiste, invero, da un decennio, almeno dal 2008(  v. art. 23 bis, d.l. del 2008 n. 112 in ambito di servizi pubblici locali di rilevanza economica, poi abrogato con referendum).

Esposta la situazione in Italia, giova analizzare sinteticamente la considerazione che del fenomeno in house ha l’ordinamento UE.

Per il diritto comunitario l’affidamento diretto in house non è affatto subordinato all’affidamento con gara, essendo autoproduzione ed esternalizzazione modalità del tutto equivalenti. Se è vero che il principio della concorrenza ( che imporrebbe la gara) è un caposaldo UE, lo sono anche il principio di libertà e di autodeterminazione dei soggetti pubblici nello scegliere il modello gestionale per gli appalti.

Questa equiordinazione tra in house e gara, è sancita a tutti i livelli, dalle direttive appalti, dalla Corte di Giustizia europea  e dalla Commissione.

Anzi, sembrerebbe quasi emergere, a livello europeo, una preferenza per il modello in house, nel senso che parrebbe logico che il primo tentativo dell’amministrazione sia quello di autoprodurre un servizio e , solo se ciò non sia possibile, ricorrere al mercato.

Per tali ragioni recentemente il Consiglio di Stato ( con ordinanza del gennaio 2019) ha sollevato questione pregiudiziale alla Corte di Giustizia europea, affinché la stessa decida della compatibilità, o meno, con il diritto sovranazionale dei limiti  al modello gestionale in house di cui all’art. 192 del Codice appalti.

 

Espropriazione per pubblica utilità e revoca della procedura espropriativa: bisogna restituire l’indennizzo ottenuto?

download

L’espropriazione per pubblica utilità è disciplinata dal TU Espropri (D.P.R. n. 327/2001 e successive modifiche e integrazioni).

E’ una procedura che, al pari di tutti i procedimenti amministrativi, soggiace al principio di legalità ( l’espropriazione dei beni immobili o di diritti relativi ad immobili  può essere disposta nei soli casi previsti dalle leggi e dai regolamenti) e, come tutto l’agire amministrativo, ai principi di economicità, di efficacia, di efficienza, di pubblicità e di semplificazione dell’azione amministrativa.

Prima di procedere all’espropriazione di un bene per pubblica utilità, occorre apporre sullo stesso un vincolo di esproprio.

A volte  il vincolo è dato dall’approvazione del  piano urbanistico generale( o di una sua variante)  che prevede la realizzazione di un’opera pubblica o di pubblica utilità.

Entro 5 anni deve, a questo punto,  essere compiuto il primo passo dell’espropriazione, cioè la Dichiarazione di pubblica utilità. Se non viene emanato tale provvedimento, che evidenzia pubblicamente l’utilità dell’opera, il vincolo preordinato all’esproprio decade.

Se la realizzazione di un’opera pubblica o di pubblica utilità non è prevista dal piano urbanistico generale, il vincolo preordinato all’esproprio può essere disposto, ove espressamente se ne dia atto, su richiesta dell’interessato ai sensi dell’articolo 14, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241, ovvero su iniziativa dell’amministrazione competente all’approvazione del progetto, mediante una conferenza di servizi, un
accordo di programma, una intesa ovvero un altro atto, anche di natura territoriale, che in base alla legislazione vigente comporti la variante al piano urbanistico.

Semplificando, dopo la Dichiarazione di pubblica utilità  viene compilato l’elenco dei beni da espropriare- entro 30 giorni- e viene determinata in via provvisoria la misura dell’indennità  di espropriazione  che l’espropriato riceve ( si tratta di indennizzo da fatto lecito, essendo attività legittima e procedimentalizzata). Diversamente, se  l’amministrazione  espropria senza titolo occupando illegittimamente il fondo, si tratterebbe di illecito- permanente- in caso di occupazione usurpativa- con conseguente diritto al risarcimento del danno)

Il Decreto di esproprio ( atto finale) va emanato entro il termine di scadenza dell’efficacia della dichiarazione di pubblica utilità. Tra le altre cose, il Decreto dispone il passaggio del diritto di proprietà, o del diritto oggetto dell’espropriazione all’amministrazione,  sotto la condizione sospensiva che il medesimo decreto sia successivamente notificato ed eseguito.

L’ amministrazione può revocare la procedura di espropriazione  per nuova valutazione dell’interesse pubblico originario, il c.d ius poenitendi (l’espropriazione non è  provvedimento attributivo di vantaggi economici al privato, come l’aggiudicazione, la quale ultima si può revocare solo in presenza di interessi pubblici ulteriori e sopravvenienze di fatto imprevedibili) ad esempio perché  gli oneri finanziari sono divenuti insostenibili, con correlata cessata esigenza della realizzazione dell’opera pubblica alla base dell’espropriazione.

La revoca è un provvedimento connotato da forte discrezionalità amministrativa, con la conseguenza che è sindacabile davanti al giudice amministrativo solo per vizi estrinseci della decisione (correttezza, logicità, o  ragionevolezza)

Ciò a  differenza della discrezionalità tecnica, dove il sindacato è intrinseco, ma non sostitutivo(il giudice penetra nella decisione tecnica della PA, anche grazie alla CTU, ma  limitandosi a valutare se la decisione dell’amministrazione rientri nella forbice di attendibilità, senza sostituire la propria)

Una volta revocato ragionevolmente il procedimento di espropriazione,  l’amministrazione può chiedere al proprietario del fondo la restituzione dell’indennità di esproprio eventualmente liquidata,  in quanto divenuto pagamento indebito ai sensi dell’art. 2033 c.c.

E’  vero che, in presenza di revoca, l’amministrazione dovrà indennizzare per altra causa il soggetto leso nell’affidamento del buon esito dell’espropriazione(ai sensi dell’art. 21 quinquies l. n.241/90). Se l’indennizzo non è previsto nel provvedimento di revoca, l’avente diritto potrà chiederlo in  giudizio, senza che la mancata previsione invalidi la revoca stessa.

 

Offese su Facebook e licenziamento disciplinare

offese facebook

Cosa succede se un dipendente pubblica su facebook frasi offensive nei confronti del proprio datore di lavoro, sia esso ditta individuale o società?

Può una frase del tipo:  “mi sono rotta i c******i di questo posto di m***a e per la proprietà»” giustificare il licenziamento disciplinare del dipendente?

A quanto pare la risposta al quesito è affermativa, come sostenuto da una recente ordinanza della Cassazione (Cassazione civile, sez. lavoro, ordinanza 12/11/2018 n° 28878), che ha confermato il licenziamento disciplinare  comminato in primo grado e confermato in appello.

Per comprendere la ragione di tale conclusione, giova fare una brevissima premessa.

Il lavoratore che stipula un contratto di lavoro ha vari obblighi, sia di prestazione che extralavorativi.

Ai sensi dell’arft. 2104 c.c. è tenuto, in primis,  a svolgere la prestazione lavorativa con la diligenza qualificata rispetto al tipo di attività ( art. 1176  c.c.).

Ai sensi dell’art. 2105 è tenuto anche al c.d obbligo di fedeltà extralavorativo : “ll prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”

Se si va ad eterointegrare tale obbligo esterno alla prestazione con il generale dovere di buona fede e correttezza valevole per tutti i contratti( artt. 1175 e 1375 c.c.),si comprende che il lavoratore non solo è tenuto ad evitare comportamenti espressamente vietati dalla legge ( art. 2105) , ma anche a non commettere condotte vietate indirettamente ex lege, perché comunque scorrette e non conformi a buona fede, idonee a recedere il rapporto di fiducia sussistente tra dipendente ed imprenditore(  come diffamare attraverso Facebook il proprio datore di lavoro, rendendo la cosa visibile a una platea indeterminata o , comunque, ampia di utenti).

In tal caso è giustificato il licenziamento disciplinare

 

Contratto preliminare condizionato alla concessione del mutuo ( Cassazione del 2018 n. 22046)

contratto-1

Quando si sottoscrive un contratto preliminare di compravendita di un immobile, è possibile subordinare la stipula dell’atto notarile alla concessione del mutuo necessario per il pagamento di tutto o di parte del prezzo?

Recentemente la Suprema Corte (con sentenza del 2018 n. 22046) ha confermato tale possibilità.

Il dubbio che potrebbe sorgere è che la condizione sospensiva della concessione del mutuo, in alcuni casi,  possa rientrare nel novero delle c.d condizioni meramente potestative.

Esse sono definite dall’art. 1355 c.c., che così recita: ”  È nulla  l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo subordinata a una condizione sospensiva che la faccia dipendere dalla mera volontà dell’alienante o, rispettivamente, da quella del debitore ”

Il legislatore sanziona con la nullità tali condizioni, poiché non reputa serio che un soggetto ceda un diritto o che  un debitore si assuma un obbligo del tipo : ” pagherò se vorrò”, con totale dipendenza dalla volontà della parte.

Se, ad esempio, il promissario acquirente entra nel possesso dell’immobile prima del contratto definitivo  ( per effettuare lavori di ristrutturazione) si potrebbe sostenere che egli non abbia più interesse a cooperare per l’avveramento della condizione ( concessione del mutuo), rendendo , di tal guisa, il promittente venditore succube della mera volontà del promissario acquirente( condizione meramente potestativa).

In realtà la Cassazione, nella pronuncia in esame, smentisce categoricamente tale assunto, sul presupposto che la condizione sospensiva del preliminare alla concessione del mutuo da parte della banca è una condizione mista( in parte dipende dal caso o dall’opera di terzi e in parte dal promissario acquirente, che si deve attivare per ottenere il prestito).

Se di condizione mista si tratta, per la parte non casuale si applica l’art. 1358 c.c., che impone alle parti, in pendenza di una condizione sospensiva, di comportarsi secondo buona fede per conservare integre le ragioni dell’altra parte.

Nel dettaglio  il promissario acquirente deve, in buona fede, attivarsi per cercare di ottenere il muto dalla banca( anche se poi la concessione dipenderà da altri situazioni) al fine di cooperare per il raggiungimento del risultato finale, rispettando anche l’interesse della controparte.

Naturalmente la violazione dell’obbligo giuridico di correttezza e buona fede va dimostrato e provato da parte del promittente venditore.

Alla condizione mista si applica anche l’ art. 1359 c.c. ”  La condizione si considera avverata qualora sia mancata per causa imputabile alla parte che aveva interesse contrario all’avveramento di essa “.

Si tratta di una finzione di avveramento della condizione quando la mancata realizzazione della stessa ( nel caso di specie la concessione del mutuo) sia dipesa da dolo o colpa della parte interessata al mancato compimento della condizione( dolo o colpa che il  creditore è tenuto a dimostrare).

Appare chiaro che nel  caso in esame l’art. 1359 ( pur applicabile in via generale alle condizioni miste) non può configurarsi, poiché il promissario acquirente è interessato alla concessione del mutuo( che è l ‘evento dedotto in condizione) non ” tifando” certo per la mancata concessione del prestito.

In conclusione  è valida ed efficace  la previsione che subordina la vendita alla concessione del mutuo per il pagamento del prezzo

 

Lo scudetto assegnato nel 2005/2006 rimane all’Inter ( Cass. Sezioni Unite del 2018 n. 32358)

calciopoli

Si dà atto di una recentissima pronuncia della Cassazione ( Sezioni Unite) con cui la Suprema Corte ha disatteso le ragioni della società Juventus.

Prima di  esporre le conclusioni della sentenza,  giova analizzare brevemente i fatti.

Nella stagione 2005/2006 la Juventus Football Club S.p.A. e l’A.C. Milan subirono sanzioni disciplinari per illeciti sportivi ( rispettivamente  la retrocessione nel campionato cadetto e  una pesante penalizzazione).

Trattandosi delle squadre giunte prima e seconda in classifica nel campionato di serie A, il titolo di campione d’Italia fu assegnato alla F.C. Internazionale Milano S.p.A ( Inter) , giunta terza in graduatoria ( per decisione del Commissario straordinario della F.I.G.C.).

Tuttavia, anni dopo, anche a carico dei vertici dell’Inter emersero alcune situazioni disciplinari, poi archiviate dalla Procura federale per intervenuta prescrizione.

La Juventus  fece istanza alla F.I.G.C di riesaminare, alla luce dei nuovi fatti, il provvedimento di assegnazione dello scudetto all’Inter e di eliminarlo in autotutela( lasciando vacante il titolo assegnato). La F.I.G.C. disattese la richiesta in esame.

Quindi la Juventus si rivolse  al T.N.A.S. ( Tribunale di arbitrato per lo sport) chiedendo, tra le altre cose, la revoca del provvedimento di assegnazione e il risarcimento dei danni derivati.

il collegio arbitrale si dichiarò incompetente per tutte le questioni, poiché, a detta degli arbitri,  si trattava di situazioni giuridiche ( diritto soggettivo o interesse legittimo) di competenza dell’ordinamento nazionale e non di quello sportivo.

Di conseguenza la Juventus adì la Corte di Appello di Roma, impugnando il lodo arbitrale per nullità e  chiedendo la revoca dello scudetto assegnato all’Inter , qualificandolo come “non assegnato”, oppure di rimettere tale ultima questione agli organi sportivi competenti.

Nondimeno  la Corte di Appello dichiarò il difetto assoluto di giurisdizione, sul presupposto che le questioni inerenti l’assegnazione del titolo, l’applicazione dei regolamenti calcistici e la revoca dei provvedimenti riconducibili alla federazione, sono di competenza dell’ordimento sportivo. Restano al giudice ordinario solo solo le vertenze patrimoniali tra società, atleti e tesserati.

A seguito della pronuncia di rigetto in rito della Corte di Appello, la Juventus ricorre in Cassazione ( la quale è giudice della giurisdizione) ,lamentando il diniego di giurisdizione ( in pratica nessuno si è occupato della tutela delle situazioni giuridiche della società)  e chiedendo di dichiarare la sussistenza  della giurisdizione della Corte di Appello di Roma( prima negata)  o del TAR Lazio.

Nel dettaglio la Juventus domandava la giurisdizione del giudice statale ( ordinario o amministrativo), trattandosi di situazioni di diritto soggettivo o di interesse legittimo e non di interessi di mero fatto.

Nello specifico, chiedere la revoca dell’assegnazione dello scudetto non significherebbe controvertere su questioni sanzionatorie( di competenza del giudice sportivo) ma lamentare il mancato esercizio del potere di autotutela.

Da qui  l’esistenza di un interesse legittimo pretensivo ad ottenere la revoca dell’assegnazione dello scudetto all’ Inter e  la conseguente giurisdizione del TAR, in sede esclusiva, ai sensi dell’art. 133, lett. z, del codice del processo amministrativo( che assegna al TAR le controversie sugli atti del CONI e delle Federazioni non date alla giustizia sportiva e, nello specifico, al TAR Lazio per competenza funzionale inderogabile( art. 135, lett. g ,c.p.a).

La Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, rigetta il ricorso della  Juventus, sul presupposto che la questione della revoca ( ed anche dell’assegnazione) dello scudetto è irrilevante per l’ordinamento statale, rientrando nella giurisdizione del giudice sportivo e della giustizia sportiva( poiché consegue all’applicazione di regole tecniche e disciplinari).

Né si può lamentare una violazione del diritto sovranazionale( art. 6 CEDU)  in quanto il diritto di accesso al giudice è rispettato anche in presenza di arbitrato, purché il rimedio di giustizia sia effettivo e non illusorio.

Il titolo di campione d’ italia 2005/2006, rimane, dunque, all’Inter.

 

 

 

 

 

 

Autovelox e segnaletica di avvertimento

 

AUTOVELOX - Copia

L’art. 142 del Codice della Strada stabilisce l’importo delle sanzioni amministrative pecuniarie conseguenti al superamento dei limiti di velocità, ferma restando  l’applicazione di altre sanzioni accessorie ( sospensione della patente di guida):

  • entro i 10 km/h oltre il limite: sanzione amministrativa da 41 euro a 168 euro (v. comma 7);
  • tra i 10 km/h e max i 40 km/h: sanzione amministrativa da 168 euro a 674 euro (v. comma 8);
  • tra i 40 km/h e max i 60 km/h:  sanzione amministrativa da 527 euro a 2.108 euro (v. comma 9);
  • oltre i 60 km/h oltre il limite: sanzione amministrativa  da 821 euro a 3.287 euro (v. comma 9/bis)

Con una recentissima ordinanza( del 2018 n. 26663) la Corte di Cassazione si è occupata  del rapporto tra  gli l’autovelox e la segnaletica di avvertimento della presenza degli stessi.

Sia per legge che per precedente giurisprudenza della Suprema Corte ( Cass.  del 2016 n. 9770; Cass. del 2013 n. 25769), occorre che l’autovelox sia segnalato con adeguato anticipo, in modo da garantire il tempestivo avvistamento.

Tra la segnaletica e la postazione di rilevamento della velocità,deve esserci una distanza non superiore ai 4 chilometri.

Nulla è previsto in relazione alla distanza minima, che dovrà essere comunque adeguata allo stato de luoghi ( perciò da accertare in concreto).

A nulla rileva, non essendo richiesta, la mancata ripetizione della segnalazione di divieto dopo ciascuna intersezione per gli automobilisti che proseguono lungo la medesima strada.

Le disposioni normative, inoltre, non impongono un particolare strumento di segnalazione ( può essere un cartello orizzonatale, veriticale, luminoso o con luci intermittenti), con conseguente discrezionalità dell’amministrazione.

Difatti l’art. 142 ,comma 6 bis  così recita : ” le postazioni di controllo per il rilevamento della velocità devono essere preventivamente segnalate e ben visibili, ricorrendo all’impiego di cartelli ” o” di dispositivi di segnalazione luminosi( dall’autilizzo della disgiunzione ” o ” si comprende l’alternativa).

L’importante è che la distanza tra l’autovelox e la segnalazione  sia adeguata alla situazione stradale concreta( e comunque non superiore a 4 chilometri) e che la postazione di controllo della velocità sia ben visibile.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha cassato con rinvio  la decisione del Tribunale ( competente per l’appello avverso le decisioni del giudice di pace)   per violazione di legge, avendo il Tribunale rigettato l’appello del Comune sul presupposto della mancanza di segnaletica stradale “e” di segnali luminosi ( l’autovelox era segnalato solo con un cartello stradale verticale a 400 metri di distanza).

Piuttosto, afferma la Cassazione, il Tribunale avrebbe dovuto valutare se, in base allo stato dei luoghi, la distanza di 400 metri fosse adeguata.  Diversamente l’utilizzo di dispositivi luminosi non è un obbligo di legge, mantenendo il Comune discrezionalità in merito allo strumento di segnalazione da utilizzare.

 

Guida in stato di ebbrezza e prelievo del sangue

590470-5x2-lg

Recentemente la Suprema Corte (Cassazione penale, sez. IV, sentenza 01/02/2018 n° 4943)   ha statuito importanti  principi in materia di guida in stato di ebbrezza, di cui all’ art. 186 del Codice della strada.

Nel dettaglio, qualora il soggetto sia coinvolto in un incidente e finisca al pronto soccorso, possono verificarsi  varie eventualità:

– Il personale medico sottopone a cura il paziente/conducente ed effettua, in attuazione del protocollo medico/sanitario, il prelievo del sangue.

In tal caso, poiché  il prelievo si inserisce nell’ ambito della cura e non per acquisizioni  probatorie, il paziente ha  il diritto  di rifiutare il trattamento  sanitario ( tra cui il prelievo del sangue) ex art. 32 della Costituzione.

Tuttavia, ove tale dissenso  sia espresso, il soggetto sara’ comunque condannato per guida in stato di ebbrezza per aver rifiutato il prelievo, anche in assenza di consenso ed anche senza avviso del diritto all’assistenza di un difensore ( art. 114 disp. attuative c.p.p.).

La conclusione consegue a una duplice considerazione. In primis qui l’ accertamento non e’ svolto per acquisire  le prove del reato, ma e’ fatto dal medico in attuazione  della cura  del paziente ed emerge dalla documentazione sanitaria.

In secondo luogo, l’ art. 186 in esame punisce per guida in stato di ebbrezza anche il soggetto  che si rifiuta di sottoporsi ai controlli,evidentemente  non richiedendo  il consenso.

-Il personale medico non sottopone a cura il paziente,ma effettua il prelievo su richiesta della polizia, per acquisire la prova dello stato di ebrezza.

In tale eventualità, diversamente dalla prima, non c e’ nessun obbligo di cura che giustifichi il prelievo.

Il personale  sanitario  agisce quale longa manus della polizia, la quale ultima si serve  di tali soggetti  per acquisire  le prove della guida sotto l’ effetto dell’ alcol.

Dunque sara’ necesssario il consenso del conducente, oltre all’ avvertimento di nominarsi un difensore. Se il soggetto dissente, il prelievo di sangue non sara’ utilizzabile come prova.

Riassumendo, l ‘esame del sangue si può rifiutare se richiesto da polizia ma non dai medici( quando è solo una conseguenza della cura sanitaria).