Testimonianza, ammessa e assunta, resa da persona incapace perché interessata : nullità o inefficacia?

Per l’orientamento dominante e consolidato, affermato per la prima volta nel 1990 ( Cass.civ. Sez. II, n. 7869/1990), la testimonianza resa da persona incapace, in quanto portatrice di un interesse che potrebbe legittimare la partecipazione al giudizio, è nulla .

Si tratta di nullità relativa, che la parte deve eccepire ( senza potere del giudice di rilevarla d’ufficio) subito dopo l’espletamento della prova o al massimo nell’ udienza successiva ( qualora il difensore non sia stato presente all’assunzione della testimonianza). In mancanza della suddetta tempestiva eccezione, la nullità è sanata.

Nondimeno, per una tesi dottrinale minoritaria, le dichiarazioni rese da testimone incapace in quanto ” interessato” , sono inefficaci, non nulle. Ne consegue, in primo luogo, che le stesse non sono utilizzabili. Inoltre viene meno la necessità di eccepire il vizio immediatamente o alla prima udienza successiva. E’ sufficiente ” stimolare ” il Giudice sulla questione, precisandola nelle conclusioni.

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale trasmissione alle Sezioni Unite, ai sensi dell’art. 374, 2 comma, cpc ( in quanto questione di massima importanza e con qualche difformità nell’orientamento dominante). Il tutto per valutare se il principio descritto ( in virtù del quale la testimonianza è nulla e va eccepita tempestivamente al momento dell’assunzione o nella prima udienza successiva) sia ancora attuale.

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E’ sufficiente il decreto di esproprio per far perdere il possesso del bene al soggetto espropriato?

Cassazione, ordinanza n. 19758 del 20 giugno 2022

Con la pronuncia in esame si analizza la questione se sia sufficiente, o meno, il Decreto di Esproprio di un bene da parte della pubblica amministrazione(finalizzato a realizzare, in una determinata aerea, un’opera pubblica) al fine di far perdere l’animus possidendi in capo all’occupante, con conseguente degradazione della sua posizione da possesso a detenzione.

Secondo un primo orientamento è sufficiente la notificazione ( o comunque l’avvenuta conoscenza) del provvedimento di esproprio del bene per far perdere all’occupante il possesso dello stesso. La conclusione vale sia nel caso che l’amministrazione abbia compiuto attività materiale, sia nell’eventualità che essa sia rimasta inerte ( con il bene, dunque, nella disponibilità materiale dell’occupante) almeno per il tempo necessario alla realizzazione dell’opera pubblica oggetto del procedimento espropriativo. Ne consegue che sarà necessario un atto di interversione del possesso dell’espropriato per “rigenerare” la sua detenzione in nuovo possesso il quale, se protratto per 20 anni, permetterà l’acquisto originario della proprietà per usucapione.

In virtù di una secondo indirizzo giurisprudenziale, di converso, non è sufficiente il decreto di esproprio e la sua notificazione , in quanto il provvedimento ablativo non determina di per sé la perdita dell‘animus possidendi in capo al soggetto espropriato, qualora non segua al decreto l’ attività materiale dell’amministrazione ( cioè l’attuazione dell’intervento di pubblica utilità a cui il procedimento è finalizzato).

Ciò vuol dire che il soggetto espropriato non perde il possesso del bene in presenza del mero decreto di esproprio, con la conseguenza che se egli rimane nel possesso ventennale del bene potrà riacquisire la proprietà, senza necessità di atti di interversione. E’ invece l’amministrazione, nuova proprietaria del bene, che dovrà compiere un atto concreto tale da sterilizzare l’animus possidendi dell’occupante, non potendo beneficiare della propria inerzia.

D’altronde l’art. 52 della legge fondamentale sull’espropriazione per pubblica utilità ( n. 2359 del 1865) applicabile ratione temporis alla fattispecie, prevedeva, relativamente agli effetti dell’espropriazione sui terzi, azioni reali ( es. rivendica) ma non tutela possessoria ( evidentemente confermando che il procedimento espropriativo, che culmina con il decreto di esproprio, non incide sul possesso).

Con l’ordinanza suddetta, la Seconda Sezione civile ha rimesso al Primo Presidente, per l’eventuale assegnazione alle Sezioni unite, la questione descritta visto il contrasto interpretativo sussistente.

Tabelle millesimali: per la modifica serve la maggioranza qualificata o l’unanimità dei condomini?

Cassazione civile, Sezione II, ordinanza n. 13024 del 26 aprile 2022

Un condominio otteneva decreto ingiuntivo per il mancato pagamento di oneri condominiali.

Alcuni condomini si opponevano al decreto ingiuntivo, ottenendone revoca, in quanto le spese sarebbero state fondate su tabelle millesimali inesistenti, perché non approvate all’unanimità dall’assemblea dei condomini, come prescritto dalla legge.

La sentenza veniva impugnata in Corte di Appello, la quale ultima riformava la sentenza e per l’effetto confermava il decreto ingiuntivo chiesto originariamente dal Condominio. La ragione sarebbe la natura non contrattuale delle tabelle ( in quanto non allegate al rogito e non predisposte dal costruttore), con la conseguente possibilità della modifica con la maggioranza qualificata ex. art. 1136 c.c. ( maggioranza degli intervenuti rappresentanti oltre la metà del valore complessivo), senza necessità dell’unanimità. Inoltre, anche se le tabelle avessero avuto natura contrattuale, recentemente la Cassazione ( sent. 2010 n. 18477) ha escluso la nullità delle tabelle se manca il consenso unanime dei condomini

I condomini allora ricorrono in Cassazione, la quale, nonostante il ricorso sia inammissibile, conferma quanto sostenuto dalla Corte di Appello. Nel dettaglio ciò che conta per comprendere il quorum necessario per la modifica, è la conferma o la deroga dei criteri di ripartizione delle spese previsti dall’art. 1123 c.c. Se le tabelle sono meramente ricognitive dei criteri stabiliti dalla legge, per approvarle e per modificarle basta la maggioranza suddetta. Di converso se le tabelle derogano ai criteri legali di ripartizione , occorre l’unanimità, in quanto assumono natura contrattuale ( rappresentano, cioè, la “diversa convenzione” rispetto a quanto previsto dall’art. 1123 c.c.).

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Scolo delle acque sul fondo del vicino a causa del rifacimento del tetto. E’ possibile? Solo in presenza di servitù di stillicidio

Tribunale di Milano, IV sezione, sent. n. 3305 del 13/04/2022

L’ art. 913 del codice civile prevede che: “il fondo inferiore è soggetto a ricevere le acque che dal fondo più elevato scorrono naturalmente, senza che sia intervenuta l’opera dell’uomo e il proprietario del fondo inferiore non può impedire questo scolo

Diversamente se si compiono opere che comportino una alterazione del deflusso delle acque, la norma suddetta non può trovare applicazione, e a quel punto il proprietario del fondo inferiore non deve tollerare lo scolo. In fin dei conti la conclusione è specificata dall’art. 908 c.c. in riferimento al tetto, dove è previsto che il proprietario deve costruire i tetti in maniera che le acque piovane scolino sul suo terreno e non sul fondo del vicino.

La disposizione ( che si inquadra nel regime dei rapporti di vicinato) non impone particolari pendenze del tetto o altre forme di copertura ( ad esempio il lastrico o la terrazza), l’importante è che le acque non scolino nel fondo altrui ( utilizzando magari canali, gronde, etc).

Nel caso oggetto della pronuncia del Tribunale di Milano, il convenuto ha costruito un tetto alla “francese”, con lastre disposte a “losanga” con scolo illegittimo sul fondo dell’attore, determinato da una esorbitanza della copertura di tal guisa realizzata.

Il danneggiato ( attore) perciò ha citato in giudizio il proprietario che ha rifatto la copertura( convenuto), con ordinaria azione negatoria (art. 949 c.c.)al fine di negare qualsiasi diritto altrui sul bene proprio ( il convenuto affermava la sussistenza di una servitù di stillicidio o di scolo).

Il Tribunale accoglie la domanda dell’attore e condanna il convenuto all’eliminazione dello scolo sul fondo dell’attore.

Ne consegue che, in presenza di scolo delle acque che non sia naturale ma conseguenza di opere o interventi umani, è fatto divieto al proprietario di un fondo di far cadere l’acqua sul fondo vicino ex art. 908 c.c., salvo che egli dimostri l’esistenza di un “peso” gravante sul fondo vicino, ovvero di una servitù di stillicidio o scolo.

Cartella di pagamento e motivazione: computo degli interessi criptico e non comprensibile(Cass., Sez. V, ord. 05/11/2021 n. 31960)

Alcuni contribuenti impugnavano dinanzi alla Commissione tributaria una cartella di pagamento avente a oggetto la richiesta di 55.343,22 euro. Il ricorso veniva respinto sul presupposto che la cartella fosse adeguatamente motivata anche con riferimento agli interessi, previsti al tasso legale. Contro tale provvedimento i contribuenti ricorrono in Cassazione.

Riassumendo, si possono ravvisare due orientamenti relativi al computo degli interessi in cartella.

In virtù di una prima tesi della giurisprudenza di legittimità, qualora siano previsti interessi ex lege, sia incontestata e pacifica la somma capitale e sia certo il periodo in cui sono maturati gli interessi, la cartella si può definire adeguatamente motivata, anche se in essa non vi è alcun riferimento ai criteri adottati per il calcolo degli interessi. Ciò in quanto è sufficiente una mera operazione aritmetica da parte del contribuente, già a conoscenza dei presupposti di fatto e giuridici alla base( grazie al richiamo, contenuto nella cartella, all’atto impositivo definitivo). L’ operazione aritmetica è inoltre facilitata dai decreti ministeriali che annualmente determinano la misura degli interessi, oppure dall’ ultimo decreto utile, qualora il nuovo non venga emanato.

Di converso per altro orientamento a nulla rileva la conoscenza del contribuente dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa fiscale( somma capitale, periodo di riferimento degli interessi etc.) quando una voce del credito ( cioè gli interessi) è per la prima volta richiesta in cartella . In tale eventualità nella cartella vanno indicati i criteri di calcolo seguiti, in modo che il contribuente possa verificare la correttezza dell’operazione di calcolo fatta dall’amministrazione finanziaria ( ecco la motivazione). Ne consegue che non può esserci il solo riferimento alla cifra globale degli interessi dovuti senza spiegare come si è giunti a tale calcolo , specificando le singole aliquote prese a base delle annualità. Se tale percorso difetta, il calcolo degli interessi è “criptico e non comprensibile” e , di conseguenza, diventa criptica e non comprensibile anche la motivazione.

Con l’ordinanza in esame la Suprema Corte rimette la causa al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite, al fine dell’emanazione di un principio di diritto che risolva il suddetto contrasto sorto in seno alla giurisprudenza, visto che la questione è destinata a riproporsi in numerose controversie

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Sicurezza stradale: ciclisti e veicoli

Quali sono le norme e gli accorgimenti che ciclisti e conducenti di veicoli devono adottare quando interagiscono tra loro?

CICLISTI: in virtù dell’art. 182 del Codice della Strada, i ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda sulla destra dell’altro.

VEICOLI: dal punto di vista legislativo non sussiste una norma che imponga una precisa distanza tra un veicolo e il ciclista al lato, ma soltanto una proposta di inserimento ( comma 2 bis dell’art. 149 del Codice della Strada) di una norma che preveda una distanza di almeno un metro e cinquanta centimetri ( 1, 50 metri ), così come avviene in Spagna, Austria, Irlanda e Giappone.

Tuttavia la giurisprudenza precisa che :nel sorpassare velocipedi e motocicli, aventi un equilibrio particolarmente instabile, il conducente deve lasciare una distanza laterale di sicurezza che tenga conto delle oscillazioni e deviazioni che le accidentalità della strada o altre cause possano rendere più o meno ampie nel veicolo sorpassato. Altrimenti il conducente è tenuto a rinunciare al sorpasso” ( Cass. penale, IV sez.. sent. n. 548/2019) ; inoltre: “ l’art. 106 C.d.S., comma 1, in tema di sorpasso, richiede “spazio libero sufficiente” inteso non soltanto alla distanza che separa il conducente da eventuali ostacoli nell’opposta corsia di marcia, ma anche dalla distanza laterale dalla sinistra del veicolo da sorpassare, che deve essere adeguata, nel caso detto spazio manchi deve desistere dalla manovra“. (Cass. civile, sent. del 24 ottobre n. 31009)

Sequestro di dati informatici ( Cassazione Penale Sez. VI, sent, n. 34265 del 22 settembre 2020)

I dati informatici sono particolari, in quanto a forte rischio alterazione e, soprattutto, potenziale fonte di moltissime informazioni anche super sensibili della persona. La Cassazione, per garantire la non alterazione in presenza di sequestro disposto dal PM e la pertinenza rispetto al reato, ha stabilito che va fatto un duplicato informatico integrale dell’hard disk , garantendone la non modificabilità ( non serve il supporto originario- es. pc. tablet, cellualre, etc- poiché ciò che serve è il dato. Ragion per cui una volta fatta tale copia, il supporto originario va restituito al proprietario).

Inoltre, il Pubblico Ministero: non può trattenere la suddetta copia integrale dei dati appresi se non per il tempo strettamente necessario alla loro selezione; è tenuto a predisporre una adeguata organizzazione per compiere la selezione in questione nel tempo più breve possibile, soprattutto nel caso in cui i dati siano stati sequestrati a persone estranee al reato per cui si procede; compiute le operazioni di selezione, la c.d. copia – integrale deve essere restituita agli aventi diritto. Difatti tale copia, piena di tutte le informazioni pertinenti (e non )al reato, deve essere il mezzo e non il fine dell’ accertamento del reato, il quale si deve basare solo su quanto necessario. Evidentemente si vuole evitare che le informazioni “estranee” siano trattenute per cercare nuovi reati.

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Riconoscimento in Italia della pronuncia USA che condanna l’Irak al risarcimento in favore di alcune vittime americane dell’attacco alle Torri Gemelle.

Può una pronuncia di un giudice di uno Stato affermare la responsabilità civile di un altro Stato? La stessa sentenza può essere riconosciuta nel nostro Paese? La Cassazione sterilizza l’ostacolo ” di principio” dato dall’immunita’ di uno Stato, che non può operare senza limiti e quando di mezzo ci siano i diritti fondamentali delle persone. ( Cassazione civile, I sezione, ordinanza n. 39391 di dicembre 2021)

Il diritto internazionale consuetudinario afferma il principio dell’immunità di uno Stato dalla giurisdizione civile di un altro Stato. Il fatto che tale principio sia previsto da una norma internazionale consuetudinaria, significa che prevale anche sulle singole disposizioni della nostra Costituzione, salvo che non contrasti con diritti e libertà fondamentali della persona (c.d controlimiti).

Nel dettaglio, la Corte federale distrettuale dello Stato di New york ha condannato con sentenza l’Irak al risarcimento danni nei confronti di cittadini americani( a seguito dell’attentato alle Torri gemelle), considerando il Paese in questione sponsor del terrorismo. Di tale sentenza veniva chiesto il riconoscimento in Italia da parte degli eredi di alcune vittime del medesimo attacco.

La Corte d’ Appello di Roma ha negato il riconoscimento, poiché la pronuncia americana violerebbe il suddetto principio dell’immunità di uno Stato dalla giurisdizione civile di un altro Stato, ponendosi inoltre contro l’ordine pubblico, in quanto riconoscerebbe i c.d. danni punitivi ( ovvero fondati sull’assenza di accertamento concreto delle conseguenze dannose, in ossequio a una funzione compensativa e sanzionatoria della responsabilità civile).

La Suprema Corte cassa la sentenza della Corte d’ Appello con rinvio, per le seguenti ragioni:

  • Il principio di immunità di uno Stato dalla giurisdizione di un altro Stato, non è un diritto, ma una prerogativa limitata dall’altrettanto internazionale e riconosciuto principio della tutela dei valori e dei diritti fondamentali della persona. Perciò anche dove operante l’immunità ( ovvero solo in presenza di attività iure imperii dello Stato ), essa trova il limite invalicabile nei delitti contro l’umanità e comunque nei crimini contro le persone, che nulla hanno a che vedere con le decisioni politiche.
  • Al fine del riconoscimento della sentenza straniera occorre valutare soltanto che il giudice avrebbe potuto conoscere della causa anche in base ai principi dell’ordinamento italiano ,che siano stati garantiti i diritti processuali fondamentali ( es, il contraddittorio), a nulla rilevando il merito/contenuto della decisione ( ovvero l’accertamento in concreto della responsabilità) e che gli effetti della sentenza non vadano contro l’ordine pubblico italiano.
  • Proprio in relazione a quest’ultimo ultimo punto, precisa la Corte di Cassazione che i danni punitivi non sarebbero ontologicamente e in astratto incompatibili con l’ordinamento italiano, seppur con alcuni limiti.

La Corte di Appello di Roma dovrà perciò accertare se la sentenza USA abbia rispettato i diritti processuali fondamentali ( nel caso di specie il contraddittorio) e se la condanna al risarcimento “punitivo” si sia basata sulla tipicità delle ipotesi di condanna e sulla prevedibilità della stessa.

La Cassazione, dunque, apre le porte alla condanna di uno Stato per responsabilità civile da parte di altro Stato, o perlomeno sterilizza, a mio parere, l’ostacolo ” di principio” dato dall’immunita’, che non può operare senza limiti e quando di mezzo ci sia la vita delle persone.

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Richiesta di estratti conto alla banca e giudizio (Cass.civ., I sez., sent. n.24641 del 09/2021

L’ art. 119,cooma 4, del TU bancario prevede che “Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta
giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in
essere negli ultimi dieci anni. Al cliente possono essere addebitati solo i costi
di produzione di tale documentazione
“.

La disposizione si applica anche agli estratti conto, pur non essendoci un richiamo esplicito, a prescindere che l’intermediario abbia, o meno, ottemperato all’obbligo di invio periodico degli estratti al cliente.

Si tratta di norma sostanziale che, unitamente ad altre norme contenute in diversi articoli, tutela la trasparenza nei contratti bancari in favore del risparmiatore, ed è finalizzata a garantire la piena conoscenza da parte del cliente dell’operazione, sia al momento della stipula del contratto, sia al momento dell’esecuzione. La piena trasparenza si ha, dunque, non soltanto comunicando periodicamente gli estratti conto, comunicando almeno una volta all’anno lo svolgimento del rapporto in essere, ma anche garantendo al cliente (o ad altri soggetti, come gli eredi) di recuperare gli ultimi 10 anni della documentazione sulle operazioni in conto corrente, per intentare una causa o perché magari smarrita.

Si è al cospetto di un diritto potestativo, che prevede cioè la preventiva richiesta del cliente alla banca. Prima di tale richiesta non sorge un obbligo in capo all’intermediario di adempiere, a differenza della comunicazione periodica ( annuale, semestrale, trimestrale o mensile) la cui omissione è già inadempimento a prescindere dalla richiesta.

Si può fare la richiesta anche nel giudizio in cui è convenuta la banca, se non fatta prima, perlomeno in astratto. E’ importante cioè che l’assenza degli estratti conto non renda impossibili da identificare l’oggetto e la ragione della domanda, entrambi requisiti indefettibili ai sensi dell’ art. 163 n. 3 e 4 c.pc.( questione di cui la sentenza in esame non si occupa). Al netto di quanto sopra, ciò che certamente non si può fare è chiedere al giudice di ordinare l’esibizione degli estratti conto ai sensi dell’art. 210 c.p.c., in assenza di preventiva richiesta alla banca da parte del cliente. Seppur il documento può essere necessario ( si pensi alla domanda di ripetizione di quanto pagato all’intermediario), nonostante il documento sia ben individuato, anche nel contenuto, tuttavia il giudice non può sostituirsi alle parti per cercare prove. Ragion per cui è fondamentale che la parte non possa procurarsi da sé gli estratti conto( cosa che può compiere domandando l’invio ai sensi dell’art. 119, comma 4, TU bancario). Soltanto se la banca non ottempera alla richiesta, allora scatta il requisito dell’impossibilità per il cliente/attore di ottenere i documenti e la conseguente possibilità offerta dall’art. 210 c.p.c. D’altronde, diversamente opinando, la banca concorrerebbe a formare la prova in favore del cliente/attore in presenza di inattività di quest’ultimo.

In conclusione:

  • Il cliente può effettuare la richiesta degli estratti conto decennali per qualunque ragione, anche a prescindere da un giudizio da esperire.
  • Se intende utilizzare gli estratti conto in giudizio, può effettuare la richiesta prima o anche nel corso del giudizio.
  • Se la banca non ottempera alla domanda, sarà possibile utilizzare il meccanismo descritto dall’art. 210 c.p.c.
  • Se il risparmiatore non ha fatto richiesta ex art. 119 alla banca, il giudizio sarà in astratto possibile, ma per beneficiare dell’ordine di esibizione del giudice occorrerà richiedere gli estratti prima alla banca con istanza, ad esempio fatta nelle more del secondo termine ex art. 183, comma 6, cpc.

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Azione diretta nei confronti dell’assicurazione e uso del veicolo (Cass.,SS.UU., n.21983 del 30/07/2021)

Le Sezioni Unite, a risoluzione di una questione di massima di particolare importanza, hanno affermato che, ai fini dell’operatività della garanzia per R.C.A., l’art. 122 del codice delle assicurazioni private va interpretato conformemente alla giurisprudenza eurounitaria nel senso che la circolazione su aree equiparate alle strade debba intendersi come quella effettuata su ogni spazio ove il veicolo possa essere utilizzato in modo conforme alla sua funzione abituale.

E’ possibile esperire azione diretta nei confronti dell’assicurazione da parte del danneggiato qualora il veicolo investa una persona mentre, ad esempio,viene fatto uscire nel garage per essere parcheggiato nel cortite?

L’art. 122 del Codice delle assicurazioni, nel prevedere l’obbligatorietà dell’assicurazione per la circolazione dei veicoli, parla a tal proposito di strade a uso pubblico o ad esse equiparate.

La giurisprudenza consolidata afferma che l’azione diretta, spettante al danneggiato da un sinistro stradale nei confronti dell’assicuratore del responsabile, è ammessa anche per i sinistri cagionati da veicoli posti in circolazione su area (da equiparare alla strada di uso pubblico) che, ancorché di proprietà privata, sia aperta ad un numero indeterminato di persone ed alla quale sia data la possibilità, giuridicamente lecita, di accesso da parte di soggetti diversi dai titolari dei diritti su di essa, non venendo meno l’indeterminatezza dei soggetti che hanno detta possibilità pur quando essi appartengano tutti ad una o più categorie specifiche e quando l’accesso avvenga per peculiari finalità ed in particolari condizioni.

Si potrebbe perciò affermare che, a differenza di un cantiere (accessibile da un numero indeterminato di persone, tra cui lavoratori), il tratto garage-rimessa-cortile interno non sia compreso nella suddetta definizione, con conseguente ostacolo all’ azione diretta del danneggiato nei confronti dell’assicurazione.

In realtà la Cassazione nella pronuncia in esame sostiene che, conformemente alla giurisprudenza Eurounitaria, l’unico limite all’azione diretta è l’uso del veicolo conforme alla funzione abituale dello stesso, comprendendo tutte le attività prodromiche alla circolazione, tra cui quelle antecedenti e susseguenti a fermata e ripartenza del veicolo.

In pratica la circolazione su aree equiparate alle strade di uso pubblico è da intendersi come quella effettuata su ogni spazio ove il veicolo possa essere utilizzato in modo conforme alla sua funzione abituale. Dunque è l’uso del veicolo che funge da criterio di equiparazione alle strade di uso pubblico di ogni altra area o spazio ove sia avvenuto il sinistro.

Ne consegue che va esclusa l’azione diretta solo nel caso di utilizzo di veicolo estraneo o di utilizzo anomalo, cioè non conforme alle caratteristiche e funzione abituale ( per esempio come arma per investire o uccidere).

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