La Cassazione conferma i principi delle SS.UU Franzese, a volte disattesi. Anche l’omissione medica va provata “oltre ogni ragionevole dubbio”.

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Riassumendo brevemente i fatti, un medico è stato condannato in primo grado e in appello per omicidio colposo, per non aver diagnosticato un’ occlusione intestinale che ha poi provocato una perforazione intestinale letale nel paziente.

Il medico ricorre in Cassazione, lamentando l’errata valutazione in appello sia sotto il profilo della sussistenza del nesso di causalità, sia sotto l’aspetto della colpa.

La Suprema Corte accoglie il ricorso. In primis, riguardo il giudizio causale, con le  SS.UU Franzese la giurisprudenza di legittimità è stata chiara nel ritenere che anche la causalità omissiva va accertata con la stessa forza di quella attiva. Occorre,cioè,  la probabilità logica, l’elevato grado di credibilità razionale che l’evento sia stato causato dall’omissione in base all’evidenza probatoria prodotta in giudizio, non bastando la  semplice probabilità statistica.

Quando il giudice accerta la causalità omissiva, effettua un giudizio controfattuale doppiamente ipotetico. Oltre all’aspetto deduttivo, in base alle leggi scientifiche di copertura, egli effettua una valutazione induttiva sul ruolo salvifico della condotta omessa ( se la condotta doverosa avrebbe, o meno, evitato l’evento).

Con quale grado di probabilità va svolto tale giudizio induttivo? Con lo stesso grado che si farebbe in presenza di causalità attiva, con la stessa certezza processuale, “oltre ogni ragionevole dubbio“.

Si potrebbe obiettare che tale severità sia incompatibile con la natura normativa della causalità omissiva. A ben vedere  un evento  è sempre causato, naturalisticamente,   da un altro fattore e mai dall’omissione,  essendo il legislatore che , con l’art. 40 capoverso, equipara il cagionare al non impedire, per una pura scelta normativa. Come può allora richiedersi la stessa certezza della condotta attiva?

In effetti una parte della giurisprudenza successiva ha eluso in concreto i principi della sentenza Franzese,  ad esempio bypassando il passaggio dalla probabilità statistica a quella logica o accontentandosi di  meri coefficienti di probabilità per accertare il nesso di causalità omissiva.

Di converso, la Cassazione, nella sentenza in esame, conferma lo stesso rigore probatorio  che la Corte territoriale non ha rispettato, essendo emersa incertezza , a seguito di perizie, del momento del verificarsi dell’evento letale. Dunque, in base all’evidenza probatoria disponibile, era arduo sostenere che, ove la diagnosi fosse stata anche diversa, avrebbe avuto efficacia salvifica ed avrebbe evitato la morte del paziente da perforazione intestinale oltre ogni ragionevole dubbio.

In secondo luogo, per ciò che concerne l’elemento soggettivo, la Corte di Appello ha ricondotto l’omessa diagnosi ad ipotesi di imprudenza.

Tuttavia l’ imprudenza sembra richiamare il concetto di ” fare qualcosa che non si doveva fare” piuttosto che, come nel caso in esame, ” non aver fatto qualcosa”, quest’ultimo da ricondurre più correttamente a negligenza.

Inoltre il giudice di merito non ha tenuto conto, nella sua valutazione, delle buone pratiche cliniche/assistenziali, del protocollo e delle regole mediche eventualmente rispettate( cioè della perizia). Analisi che, a detta della Cassazione, doveva essere fatta.

Secondo il ricorrente  il tutto per evitare che il caso rientrasse nel raggio applicativo dell’art. 3 del Decreto Balduzzi e nell’art. 590 sexies  post Legge Gelli, norme che si applicano all’imperizia.

Difatti esse scriminano o non puniscono alcune ipotesi di lesione o omicidio da ricondurre all’imperizia del medico, quando egli ha rispettato le raccomandazioni e, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico- assistenziali.

Se il caso rientra all’interno di  tali norme ed esse sono più favorevoli, l’imputato ha diritto alla loro applicazione, anche se successive al fatto ed anche se abrogate ( come l’art. 3 del Decreto Balduzzi ), poiché l’art. 2 c.p. parla di successione ” di leggi”  penali  nel tempo.

Per questi motivi, la Suprema Corte annulla la sentenza di condanna con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello, la quale dovrà attenersi ai principi esposti in materia di accertamento causale e di colpa.

Cass. pen., sentenza  n.24384 del 2018.

 

 

 

 

 

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