Danno biologico terminale e danno catastrofale. Servono sempre le conseguenze dannose per risarcire, anche se si perde la vita.

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In materia di risarcimento dei danni  da illecito , l’art. 2043 c.c. è chiaro nel richiedere una doppia condizione .

In primis è necessaria la lesione di una posizione meritevole di tutela, che trasformi il comportamento non iure in un vero e proprio danno ingiusto.

Questo filtro è abbastanza ampio, poiché attualmente è risarcibile  non soltanto  la lesione di  diritti assoluti o tutelati in maniera assoluta ( rispettivamente il diritto alla salute e la proprietà) ma anche di  interessi legittimi ( con la storica sentenza della Cassazione del 1999 n. 500) e di  situazioni di fatto comunque giuridicamente rilevanti come il possesso.

Tuttavia per ottenere il risarcimento non basta la lesione di tali situazioni giuridiche, non è sufficiente il danno ingiusto, ma occorre che si realizzino delle conseguenze dannose, causalmente rapportabili all’evento ingiusto in maniera diretta  o in maniera indiretta, ma normale in base all’id quod prelumque accidit ( si tratta cioè di pregiudizi normalmente derivanti dall’illecito).

Soltanto se sussistono le conseguenze dannose risarcibili  è possibile ottenere l’equivalente monetario del pregiudizio sofferto,anche qualora il danno sia non patrimoniale.

La conclusione deriva dal fatto che nel nostro ordinamento non hanno cittadinanza i danni in re ipsa, ovvero presunti dalla sola lesione di un diritto o di una posizione meritevole di tutela. Il pregiudizio si deve verificare, deve essere riconducibile all’illecito ( secondo le regole della causalità giuridica) e deve essere provato nel suo preciso ammontare, anche ricorrendo a presunzioni.

La Cassazione è molto rigorosa nell’applicazione di tale principio, anche in casi discutibili, almeno sotto l’aspetto umano.

Ad esempio, cosa succede se un soggetto viene ucciso e quali danni sono risarcibili agli eredi?

Applicando le coordinate esposte, occorre riscontrare dapprima la lesione di un diritto e in seconda battuta le conseguenze dannose.

Sussistono poche difficoltà ad affermare, senza alcun dubbio, che la lesione del diritto alla vita( tutelato sia a livello nazionale che sovranazionale) sia una posizione meritevole di tutela ai sensi dell’art. 2043 c.c., la quale, se lesa, genera un danno ingiusto.

Ma questo danno danno ingiusto è risarcibile? Dipende dalla sussistenza, o meno, di un pregiudizio sofferto al profilo areddituale.

Partendo dal danno biologico, giova rammentare che esso consiste nella lesione del diritto alla salute e non del diritto alla vita.

Ragion per cui è necessario che la vittima sia vissuta abbastanza da subire una invalidità permanente prima del sopraggiungere della morte. Solo così si realizza un danno biologico terminale risarcibile.

Il medesimo ragionamento va fatto in relazione al danno morale soggettivo.

Qui occorre che la vittima sia stata lucida prima di morire, in modo tale da aver percepito quella terribile e tragica sofferenza data dal sopraggiungere della morte.

In tale eventualità è risarcibile il c.d danno catastrofale, inteso come patema d’animo soggettivo in prossimità della morte  e  coscientemente “percepito” .

In presenza di tali danni non patrimoniali saranno ovviamente gli eredi ad esercitare l’azione risarcitoria ( il diritto al risarcimento entra nel patrimonio della vittima e si trasmette agli eredi dopo la morte).

Chiaramente gli eredi  subiscono (  e questa volta direttamente) il danno da perdita del rapporto parentale, cioè il danno morale, esistenziale e potenzialmente anche biologico ( si pensi all’insorgere di uno stato depressivo) causato dalla morte del proprio caro.

Questa è l’indefettibile conclusione conseguente alla necessità della sussistenza di conseguenze dannose ai fini del risarcimento, poiché la funzione della responsabilità civile, anche di quella aquiliana, è di risarcire, non di sanzionare ( anche l’illecito, seppur originariamente aveva una finalità sanzionatoria, attualmente ha una funzione riparatoria, dimostrata anche dal venir meno della colpa quale unico criterio di imputazione).

E a nulla rileva che, nel caso di specie, in gioco ci sia il bene vita, il quale, per comune sentire, è al vertice dei diritti ma che, giuridicamente, non lo è , poiché tutti i valori primari costituzionali non sono ordinati in maniera gerarchica, ma sono  in rapporto di equiordinazione.

 

 

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